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giovedì 23 febbraio 2017

Padre Ibrahim: nel cuore della popolazione siriana la speranza della pace non si affievolisce

Padre Ibrahim Alsabagh, parroco latino di Aleppo, commenta l’odierna fase di colloqui in Svizzera:

Radio Vaticana, 23/02/2017
R. – Sicuramente, ogni tentativo di dialogo e ogni appuntamento tra le diverse parti per noi è un grande segno di speranza. Siamo realisti, sappiamo quante sfide ci sono… abbiamo saputo che le rappresentanze di alcune parti sono composte solo di poche persone ma, dall’altra parte, rimane un segno di speranza per un futuro migliore.
D. – Padre Ibrahim, tra due settimane sarà il sesto anniversario dello scoppio prima delle proteste e poi di tutta una serie di eventi che hanno poi portato alla catastrofe della guerra. Lei che risultati vede, oggi?  R. – Sicuramente, vediamo la gente più sofferente, più appesantita, più povera. Ad esempio, ad Aleppo abbiamo grande difficoltà con l’acqua, perché l’Is ha tagliato le condutture verso la città; l’elettricità non esiste e per tutti, significa mancanza di lavoro. E tutto questo sempre con i prezzi alle stelle. E’ una situazione diciamo “post-guerra”, anche se non è finita per Aleppo, ma questo post-guerra significa sempre sofferenza e tante attese.
D. – Uno dei posti dove ancora si lotta, ad esempio, è Idlib: c’è stato un allarme dell’Unicef per i bambini, che torna a farci pensare quanto siano stati protagonisti in questi sei anni. Ecco, l’infanzia ad Aleppo: come stanno i bambini? Hanno ripreso la scuola? Sono rimasti, i bambini?  R. – Sì, ci sono i bambini sempre con i segni della sofferenza, di tanti shock psicologici, ma non solo i bambini. Vediamo anche tantissime donne con disturbi, tantissimi uomini anche mutilati; vediamo questo ogni giorno e sappiamo che se ad Aleppo è così, allora anche in ogni luogo della Siria.
D. – Prima, la Siria era il luogo del dialogo; ora a Ginevra si combatte per ricostruirlo, questo dialogo. Secondo lei, c’è spazio, oggi, con quello che è accaduto, per tornare a stare insieme?  R. – Sicuramente, per noi c’è sempre la possibilità di un dialogo, di ricucire questa bellissima società-mosaico che è stata lesa nella sua unità. Quello che cerchiamo di fare noi è di andare incontro all’altro: non importa cosa l’altro abbia fatto ieri, noi gli andiamo incontro con tutto quello che possiamo fare, nonostante le nostre ferite, i nostri limiti come Chiesa locale. Per me è molto facile ricucire o aprire un dialogo: basta uscire in strada, basta dire buongiorno a una persona, soffermarsi ad ascoltare la sofferenza, basta bussare alla porta di un capo religioso e fare una visita.
D. – Si può tradurre in politica, questo?   R. – Le cose grandi iniziano dalle cose piccole, dalle cose più semplici: da una stretta di mano, da un sorriso, da un saluto dal cuore… Abbiamo tanta speranza che questi semi facciano veramente grandi miracoli. E noi riusciamo a vederli, specialmente quando si tratta delle Chiese: noi possiamo oggi fare molto, molto di più di quello che i canali istituzionali possono fare.
D. – Lei dice quindi anche a livello di dialogo interreligioso?   R. – Certo. Come concittadini, come persone, come responsabili di un cammino possiamo fare tanto. La Chiesa qua, per esempio, ha una grande influenza, un grande potere morale che può, spesso, cambiare anche il camino di un popolo. Noi sentiamo questa forza, oggi, e cerchiamo di approfittare proprio di questa nostra autorità morale per riprendere in mano il timone e cercare di guidare il Paese verso il dialogo, verso la pace.

mercoledì 22 febbraio 2017

Dopoguerra e petrolio, chi ricostruirà la Siria


Il Sussidiario, lunedì 20/02/2017
di Patrizio Ricci

Il 16 di febbraio si è tenuto ad Astana, in Kazakistan, il secondo round di trattative dirette tra governo siriano e opposizione armata. L'incontro non è cominciato con i migliori auspici: per minare le trattative, la delegazione dei ribelli è arrivata con un giorno di ritardo. Tale atteggiamento ha generato non poca confusione e disappunto tra le parti. Tuttavia, cercando di salvare il salvabile, i funzionari russi hanno insistito per spostare l'apertura dei colloqui a mezzogiorno del giorno successivo. Così l'incontro si è tenuto senza ulteriori interruzioni. Nella conferenza stampa finale il rappresentante siriano Bashar Jaafari si è però dimostrato molto contrariato per l'atteggiamento dei rappresentanti delle milizie armate. Nello stesso tempo, ha denunciato la mancanza di serietà della Turchia perché ancora "continua a facilitare l'ingresso di decine di migliaia di mercenari stranieri provenienti da tutto il mondo" in Siria. Jaafari ha anche detto che Ankara, come garante del cessate il fuoco, non può continuare a svolgere il ruolo di "pompiere" e nello stesso tempo di "piromane".

Ciononostante, si può dire che la riunione sia stata coronata dal successo, tenendo anche conto che si tratta di una riunione preparatoria a quella successiva che si terrà tra breve a Ginevra. In questo senso, è positivo che comunque si sia riuscito a prolungare ulteriormente il cessate il fuoco ed a sottolineare la necessità di distinguere in maniera sempre più precisa i gruppi che sono disposti ad una soluzione politica da quelli che la rifiutano. Questi ultimi (che continuano ad essere nel libro paga dei sauditi e dei qatarioti), per ottimizzare le risorse disponibili, coordinarsi e penetrare più profondamente sul territorio siriano, hanno dato vita il 28 gennaio ad un nuovo raggruppamento chiamato Tharir al Sham. E' proprio questa nuova formazione che sta dando filo da torcere all'esercito siriano a Daraa, a sud della Siria.

Tuttavia, mentre i combattimenti continuano specialmente contro l'Isis, l'esigenza più urgente per la popolazione siriana non è di ordine politico ma di aiuto immediato e di ricostruzione.
Venendo incontro a questi bisogni, il centro russo per la riconciliazione nazionale continua a mediare con i gruppi ribelli promettendo un ruolo nella ricostruzione del paese: finora sono più di 900 gruppi armati che si sono riconciliati con il governo. L'intensa attività diplomatica di Mosca è riuscita ad attenuare l'atteggiamento ostile di Turchia e Giordania nei confronti della Siria: Erdogan, con l'operazione "scudo dell'Eufrate" a nord della Siria, ha reindirizzato le bande armate filo-­turche in funzione anti-­Isis e anti curda. La diminuzione delle pretese turche ha convinto Re Abdullah di Giordania a ritirare le sue milizie dalla Siria. Il sovrano hascemita sta attuando un più stretto controllo dei confini ostacolando i rifornimenti forniti da sauditi e qatarioti attraverso le frontiere giordane.

Parlavamo della necessità di ricostruzione: la Siria è completamente distrutta, ma visto che è ricca di fonti energetiche queste potranno essere utilizzate come mezzo per finanziare la ricostruzione del paese. Le risorse interessano tutti, tant'è che sono anche la chiave di lettura della dislocazione di Isis in Siria. Non so se ci avete fatto caso, l'Isis si è dislocato solamente in zone ricche di petrolio: i pozzi petroliferi di Al­Tanak, Al­Omar, AlTabka, Al­Harati, Al­Shula, Deira, Al­Time e Al­Rashid, sono situati tutti in zone conquistate dal califfato lungo il corso del fiume Eufrate.
Il basso costo del greggio e la presenza a Raqqa di raffinerie spiega anche perché lo stato islamico l'abbia scelta come capitale. Pure l'insistenza del califfato nel conquistare Deir el Zor e Palmyra non è casuale: la sola regione di Deir el Zor produceva a metà 2015 (prima dell'intervento dei russi) 34­40 milioni di barili di greggio al giorno.
La conservazione di risorse vitali gioca un ruolo di primo piano nelle strenua resistenza del governo per non cedere queste aree. Il fattore petrolio spiega anche perché l'obiettivo principale dei turchi continui ad essere la città di Al Bab (a nord di Aleppo): secondo i dati del Financial Times, Al Bab insieme ad Aleppo è stata uno dei principali mercati per la vendita illegale di prodotti petroliferi in Siria con la Turchia. Allo stesso modo, la presenza di due raffinerie ha indirizzato la scelta dei ribelli di conquistare la città di Idlib: anche in questo caso, le fonti energetiche e la vicinanza al confine turco sono due ottime ragioni. Il desiderio di accaparrasi il petrolio è anche una delle chiavi di lettura del vecchio piano "B" americano (o "Safe zones" di Trump) che prevede la divisione della Siria in zone etniche (sunniti, sciiti ecc.) ma mira soprattutto alla sottrazione delle fonti energetiche al governo centrale.

In questo contesto, l'Europa non è rimasta a guardare: ci sono segnali che la "vecchia Europa" stia valutando i benefici economici derivanti dalla partecipazione alla ricostruzione della disastrata economia del paese.
In questo senso, nelle ultime settimane sono avvenute frequenti visite a Damasco di delegazioni parlamentari europee: l'ultima è stata una nutrita delegazione francese (ed è la prima volta dall'inizio del conflitto). Anche le interviste ad Assad da parte dei media occidentali si sono moltiplicate: le ultime sono state quelle di Yahoo News e della francese Europe 1, TF1 e LCI.
E' ingenuo pensare che queste delegazioni abbiano agito senza il placet della leadership europea e dei rispettivi governi: è chiaro che i paesi europei stiano cercando di riposizionarsi per trarne vantaggio. Tuttavia, per ora non si dovranno fare grandi illusioni: nel corso di un incontro con parlamentari belgi, Assad ha detto chiaramente che dall'inizio della guerra, la maggior parte dei paesi europei hanno adottato una politica non realistica verso la Siria e ha aggiunto che questa politica "ha isolato ed eliminato qualsiasi ruolo che l'Europa ora potrebbe svolgere a causa del proprio sostegno alle organizzazioni che hanno praticato ogni forma di terrorismo contro il popolo siriano".
Ed ancor più esplicito è stato il ministro dell'Economia siriano Adib Mayala, che su Ria Novosti ha detto: "alcuni paesi stanno cercando di penetrare con imprese e fondi non governativi di loro proprietà, che vengono creati nei paesi vicini della Siria come il Libano, così come nei paesi che sono rimasti neutrali durante la crisi". Il ministro ha precisato che contro tale prospettiva, il governo siriano ha promesso "uno stretto monitoraggio di coloro che vogliono partecipare al restauro dell'economia siriana, vanificando i tentativi di intervento di coloro che di recente hanno partecipato alla distruzione dello Stato".

In sostanza, chi beneficerà dei vantaggi derivanti della ristrutturazione dell'economia siriana saranno i più stretti alleati di Damasco: Mosca, Pechino e Teheran. La cooperazione con questi tre paesi, inserita in un piano per rilanciare l'economia, si svolgerà in molti settori come l'industria petrolifera, l'agricoltura, le comunicazioni. 
Invece, per quei paesi che hanno sostenuto l'attività delle bande armate in Siria (ed ora si dicono interessati al recupero dell'economia siriana) il ministro Mayala pone come condizione preliminare che "riconoscano il proprio errore e si scusino con il popolo siriano": sarebbe la cosa da fare più semplice e giusta, ma scusarsi ed imparare dai propri errori sembra non essere nello stile dei paesi europei.

lunedì 20 febbraio 2017

Daesh pompa le acque dell’Eufrate verso i villaggi a est di Aleppo per allagarli

Mentre Aleppo viene lasciata da 51 giorni completamente priva di acqua con enorme sofferenza di 2 milioni di persone (e numerosi casi di avvelenamento per acqua contaminata estratta dai pozzi di fortuna), Daesh (=ISIS) ha pompato un'enorme quantità di acque dell’Eufrate attraverso la stazione di pompaggio di Babiri verso i villaggi situati ad est di Aleppo, con seria minaccia di inondare i villaggi e creare un disastro per la popolazione, i terreni coltivati e servizi pubblici.
Il governatore di Aleppo Hussein Diab ha dichiarato il 17 febbraio all'agenzia informativa siriana SANA che le squadre del personale e i tecnici sono partiti immediatamente verso la zona inondata e sono riusciti a risolvere alcuni problemi di strozzatura nel corpo principale dell' acquedotto aprendo altri portali di scorrimento per ripristinare l'equilibrio di scorrimento dell' acqua, in coordinazione con l’esercito nazionale della regione.
Il governatore ha chiarito che i membri di Daesh hanno attivato le pompe nella stazione di Babiri immettendo una quantità che supera la capacità degli acquedotti allo scopo di creare maggiori danni per la popolazione e inondare l’area di acqua, e in tal modo anche contrastare le operazioni dell'esercito siriano in avanzata verso il territorio.

Daesh giovedi scorso aveva bloccato di nuovo completamente la corrente dell’acqua diretta verso Aleppo dalla fonte del Khafsa a 90 km a est di Aleppo, dopo neanche 24 ore dal momento in cui aveva iniziato a scorrere.

In precedenza l’ONU aveva messo in guardia dalle conseguenze della distruzione della diga dell’Eufrate presso la provincia di Raqqa che ormai è controllata da Daesh.

A sua volta, il governo siriano ha deplorato la distruzione del ponte di Maghla da parte degli aerei della Coalizione USA.

sabato 18 febbraio 2017

Restauratori italiani riparano preziosi busti di Palmyra danneggiati da ISIS e li rendono a Damasco

Un busto calcareo maschile datato tra il 2 ° e 3 ° secolo dC danneggiato durante l'occupazione dello Stato Islamico della città siriana di Palmyra, viene mostrato nel corso di una conferenza stampa a Roma, giovedi, 16 febbraio 2017.
I busti funerari di un maschio e una femmina che erano conservati nel Museo nazionale di Palmyra, sono stati restaurati a Roma presso l'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR) e saranno riportati in Siria alla fine di febbraio. ( Foto AP / Domenico Stinellis)


La restauratrice Daria Montemaggiori mostra una replica di computer-rendered , generata con stampa 3D, di una parte mancante di un busto di pietra calcarea di sesso maschile. La replica è tenuta in posizione con i magneti. Le due sculture danneggiate dal Museo Nazionale di Palmyra sono stati portate e restaurate a Roma (Foto Domenico Stinellis)  

Il restauratore Antonio Iaccarino Idelson mostra una replica, generata in stampa 3D dal computer, di un pezzo mancante di busto di nobile abbigliato in una veste di stile romano.

https://phys.org/news/2017-02-italian-teams-ancient-syrian-city.html

giovedì 16 febbraio 2017

Archbishop Bernardito Auza: Security Council open debate on protection of critical infrastructure against terrorist attacks


Intervention of H.E. Archbishop Bernardito Auza
Apostolic Nuncio and Permanent Observer of the Holy See to the
United Nations
United Nations Security Council Open Debate on
Protection of Critical Infrastructure against Terrorist Attacks
 New York, 13 February 2017 

Mr. President,
The open-ended litany of terrorist attacks in cities and villages continues to remind us of the threat of terrorist attacks to civilian infrastructure and thus to civilians populations. This wave of terror, which considers innocent civilians as legitimate targets of violence either directly or indirectly through the destruction of the civil infrastructure on which they depend, must be counteracted by the actions of a unified International Community.
Recent conflicts in the area of ancient Mesopotamia have had a devastating impact on ancient ethnic, religious and cultural minorities that for millennia have inhabited the region. Parties to these conflicts have purposefully sought to destroy the cultural fabric and the historical rootedness of these communities in the region by destroying their religious and cultural heritage sites. The intentional destruction of the infrastructure critical to the survival of these communities — such as schools, hospitals, water supplies and places of worship — has become a strategy to annihilate them collectively, immiserating and eradicating them by attacking the structures that give them a modicum of communal existence.
It is the obligation of the international community, in accord with the U.N. Charter, to protect civilians and their critical infrastructure from the brutality and barbarity of terrorist groups. Part of this obligation is to heighten public awareness of this terrorist tactic and to urge States to maintain a high level of critical infrastructure protection and resilience, as well as public preparedness in case of an attack, to prevent as much as possible the disruption of critical services and the loss of human life.
More effective and lasting measures to protect critical infrastructure against terrorist attacks must therefore be based on policies that reject the unfettered pursuit of profit and narrow geopolitical interests, even at the cost of the destruction of critical civil infrastructure. In this regard, my delegation wishes to reiterate the Holy See’s appeal to weapon-producing nations severely to limit and control the manufacture and sale of weapons, ammunitions and technologies to unstable countries and regions of the world where the likelihood of their illegal use or their falling into the hands of non-State actors remains a real and present danger.
The International Community must also address the role of organized crime in the sale or barter of weapons capable of destroying critical infrastructure. States should be urged to collaborate in this area at both the international and regional levels through the sharing of information and best practices, coordinated policies and joint border controls.
The world must act to prevent terrorists from having access to financial support by terror sponsors. The borderless nature of the terrorist groups perpetrating the destruction of critical infrastructure requires the international community to control cyber technologies that violent groups use to recruit new adherents, finance their activities and coordinate terror attacks.
Mr. President,
Pope Francis has spoken on a number of occasions of our age as a time of war, namely, “a third world war that is being fought piecemeal, one in which we daily witness savage crimes, brutal massacres and senseless destruction,”[1] like the destruction of infrastructures critical to the existence of entire populations.
The International Community must come together as one to put an end to this “war fought piecemeal.” This unity is necessary if the International Community is going to achieve the shared objective of protecting critical infrastructure against terrorist attacks. This common goal will be achieved most quickly and effectively through an unselfish sharing of critical information and best practices, of resources and technologies among States, in particular with those States least capable of protecting their critical infrastructure and populations from terrorist attacks.
Thank you, Mr. President.

Il Vaticano: Di fronte alla «guerra mondiale combattuta a pezzi» e alla minaccia di attacchi a strutture sensibili, la comunità internazionale agisca unita nel contrastare il traffico illegale di armi e il sostegno finanziario al terrorismo. 

Questo l’appello della Santa Sede all’Onu di New York, pronunciato dall’arcivescovo Bernardito Auza: 

domenica 12 febbraio 2017

La più grande sete di acqua e gasolio colpisce il popolo siriano



ALEPPO SENZA ACQUA DA 42 GIORNI! 

 "E' la più grande crisi idrica da molti anni.
La zona di alKafsa, vicino al fiume Eufrate, rimane sotto il controllo di Daesh che ha chiuso i canali che conducono l'acqua alla stazione di pompaggio di Aleppo.
 L'acqua si estrae solamente dai pozzi in città e la penuria di gasolio fa sì che i generatori per il pompaggio funzionino a orari sempre più ridotti.  Il generatore del quartiere dà 3 ore di elettricità invece che 10, allo stesso prezzo. 
 Non si trova metano per le case, le bombole del gas si reperiscono quasi solo al mercato nero; non si trova diesel per i generatori e per le vetture. 
 E purtroppo in questa situazione di bisogno prosperano le mafie e gli approfittatori!" 
                        messaggio da un amico aleppino


TUTTA LA SIRIA SENZA COMBUSTIBILE!

"L'embargo imposto dall'Occidente alla Siria sui prodotti petroliferi colpisce pesantemente tutte le città e province siriane. 
 Oltre a questo, ISIS ha dato fuoco a impianti petroliferi di Homs e ai gasdotti di Hayyan vicini a Palmyra.
 La crisi della benzina paralizza il traffico e ai distributori si creano code di 3 ore per i rifornimenti razionati. I taxi e i mezzi pubblici sono quasi fermi, per cui la gente si sposta a piedi per chilometri. 
 E' stato introdotto il razionamento elettrico, per cui nella giornata viene erogata energia per 5 volte solo per la durata di un'ora. 
I prezzi naturalmente sono lievitati..., il mercato nero fiorisce... 
 E fa ancora un gran freddo!
  Ma resistiamo! "
                 messaggio da un amico in Damasco 

giovedì 9 febbraio 2017

La Russia e i Cristiani siriani

 Se da un lato siamo costernati al leggere in questo comunicato di FIDES il numero di Cristiani che si stima siano rimasti in Aleppo, paragonandolo col fatto che prima della crisi erano più del 10% della popolazione, apprendiamo pure con gratitudine la notizia della visita in Siria di alcuni parlamentari russi, in vista degli aiuti che la Russia garantirà ai Siriani per l'opera di ricostruzione e di ripresa delle attività produttive. 
 Il fatto che Sergei Gavrilov che in patria è capo del comitato della Duma per lo sviluppo della società civile, le questioni sociali e le associazioni religiose, ricevuto dal Patriarca greco-ortodosso di Antiochia, Yohanna X° abbia sottolineato che la Siria non potrà essere lasciata sola in questo momento così tragico, è sintomatico di come l'amicizia tra i due popoli sia molto più di un'alleanza puramente strategica. Conforta che questi politici non si siano limitati a incontri con le autorità civili siriane ma abbiano visitato anche le comunità religiose, intendendo in questo modo testimoniare la premura verso i Cristiani e il valore della loro presenza nella società siriana.
 Lo paragoniamo alla denuncia fortissima trasmessa proprio ieri sera in TV nella trasmissione Matrix da Gian Micalessin, che vi invitiamo caldamente a visionare e di cui indichiamo il link : 
La persecuzione dei Cristiani in Siria. Così l'Europa è rimasta a guardare. Quando non ha parteggiato per i jihadisti.”
  Come non comprendere alla luce della accorata preoccupazione per la sorte dei cristiani siriani le parole rivolte dall'igumena Febronia (Madre superiora del monastero ortodosso della Madre di Dio, a Saydnaya), con le quali invita il Patriarca di Mosca Kirill a visitare la Siria, assicurandogli al tempo stesso le preghiere di tutta la comunità monastica “per la prosperità della Russia e per la salute del Presidente russo Vladimir Putin”? 
  Quanto alle accennate accuse che Amnesty International ha portato per denunciare 'innumerevoli esecuzioni extragiudiziali che gli apparati siriani avrebbero compiuto all’interno della prigione di Saydnaya', esiste già un'ampia confutazione, sia dei fatti in sè che sulla credibilità delle fonti, a cui rimandiamo per una più approfondita e accreditata smentita:
https://www.youtube.com/watch?v=xkrxD-wS21k&feature=youtu.be  Syriana Analysis addresses the shortcomings of Amnesty report and reveals its poor methodology that does not even meet the lowest mark of scientific or legal veracity.
                   OraproSiria 











Patriarca Ortodosso di Antiochia: 35mila cristiani rimasti ad Aleppo. Le monache di Saydnaya pregano per Putin

Agenzia Fides 9/2/2017 

I cristiani di tutte le confessioni presenti oggi a Aleppo non superano il numero di 35mila. Lo ha riferito il Patriarca greco-ortodosso di Antiochia, Yohanna X, incontrando la delegazione di parlamentari russi che da lunedì 6 febbraio stanno visitando la Repubblica araba di Siria. 
Secondo quanto riportato dai media russi, il Primate della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, nell'incontro con la delegazione di politici russi - comprendente tra gli altri il capo del comitato della Duma per lo sviluppo della società civile, le questioni sociali e le associazioni religiose, Sergei Gavrilov – ha sottolineato la necessità di non lasciare sola la Siria nell'opera di ricostruzione dopo la guerra, che passa anche attraverso il lungo cammino necessario a risanare le ferite interiori. 

Il giorno 7 febbraio, la delegazione di parlamentari russi aveva visitato il Monastero ortodosso della Madre di Dio, a Saydnaya. L'Igumena Febronia, ricevendo la delegazione, ha rivolto attraverso di essa un invito al Patriarca di Mosca Kirill a visitare la Siria, e ha fatto sapere che le monache della comunità pregano “per la prosperità della Russia e per la salute del Presidente russo Vladimir Putin”. 


Nei giorni scorsi, Amnesty International ha diffuso un rapporto per denunciare innumerevoli esecuzioni extragiudiziali che gli apparati siriani avrebbero compiuto all’interno della prigione di Saydnaya durante gli anni della guerra civile.


http://www.fides.org/it/news/61700-ASIA_SIRIA_Patriarca_ortodosso_di_Antiochia_35mila_i_cristiani_rimasti_a_Aleppo_Le_monache_di_Saydnaya_pregano_per_Putin#.WJyjQW_hCM8

lunedì 6 febbraio 2017

Il ruolo attivo dei cristiani nell’elaborazione della società arabo-musulmana

Padre Samīr Khalīl Samīr è uno dei più importanti studiosi dell'islam a livello mondiale e in particolare del rapporto dell'islam con i Cristiani, dal suo nascere ad oggi. Il motivo per cui vogliamo pubblicare uno stralcio di un suo approfondito saggio sul blog OraproSiria, attiene alla continua erosione della presenza Cristiana in Medio Oriente e in Siria in particolare, dovuta in massima parte alle guerre che negli ultimi decenni hanno sconvolto e continuano a sconvolgere la vita di milioni di persone in questi Paesi, ma anche alla progressiva affermazione di un'interpretazione dell' islam sempre più estremista e intollerante. 
Raccomandiamo la lettura integrale di questo saggio (qui il link al bellissimo sito 'GliScritti') di cui pubblichiamo solo la parte conclusiva, perché può aiutarci a capire quanto sia importante che si inverta il trend che vede i Cristiani andarsene dalle terre in cui per primi hanno vissuto e portato il lievito evangelico nei popoli del Medio Oriente. In troppi dimenticano che proprio i Cristiani sono sempre stati fattore di coesione, mutua tolleranza e collaborazione con tutte le fedi in ordine a una pacifica e fraterna convivenza. I Cristiani hanno dato un contributo importante alla cultura e alla nascita di iniziative sociali rivolte alla totalità della popolazione, una ricchezza umana che potrebbe andare perduta per sempre se non si pone fine alle guerre e non si sradica la mala erba dell'estremismo dell'Islam radicale. E' sempre più urgente, perché una rinascita umana e fraterna di queste società passa proprio dalla permanenza delle comunità cristiane su queste terre benedette nelle quali il Cristianesimo è nato per poi diffondersi nel mondo intero. 
Gb.P.

Le comunità cristiane, soggetti attivi della società araba nel corso della storia, di Samir Khalil Samir

"..... 
L’epoca moderna e contemporanea
I nuovi regimi nazionali hanno suscitato grande speranza tra i cristiani. Si viveva in un sistema liberale sotto tutti i punti di vista: politicamente, economicamente, socialmente, culturalmente e, persino, spiritualmente.
Bisogna ricordare qui il movimento femminista in Egitto, che a partire dagli anni venti è stato portato avanti da donne musulmane, spesso di formazione occidentale o che avevano studiato in scuole cristiane. Del pari, nella stessa epoca, lo sceicco ‘Abd al-Rāziq suscitò un movimento di critica dell’islam politico con un piccolo, celebre libro intitolato L’islam e i fondamenti del potere.
Fu condannato da al-Azhar e destituito dalle sue funzioni. Per parte sua, il grande scrittore cieco Ṭāhā Ḥusayn criticava l’opinione comune sulla lingua araba classica pre-islamica, affermando che essa fu forgiata da autori posteriori per giustificare le costruzioni inusitate che si ritrovano nel Corano.
Lo fece in un’opera letteraria intitolata La letteratura pre-islamica. Gli venne ritirato il titolo di ulema e il suo libro fu condannato. Nella stessa epoca, altri studiarono il testo coranico, distinguendovi diversi «generi letterari». Costoro si ispiravano ai metodi di esegesi occidentali, correntemente applicati alla Bibbia. Tali correnti di pensiero sono state condannate dall’opinione ufficiale musulmana, che trova espressione nell’università islamica di al-Azhar.
Tutto questo movimento ha dato grandi speranze. Gli intellettuali avevano l’impressione di essere finalmente entrati in una nuova era. L’Egitto, in particolare, si sentiva parte dell’Europa, sotto tutti i punti di vista. Vi fu come un’enorme ondata di liberalismo. La grande utopia fu quella di credere che la storia ormai non potesse più «tornare indietro», che il moto irreversibile della storia andasse nella direzione di un’apertura al mondo e alla modernità.
Venne poi la grande disillusione, il grande choc, attorno agli anni 1970-1973. Tutti gli intellettuali liberali furono sommersi dall’ondata di riflusso della corrente islamica, che andò crescendo di giorno in giorno. Questa tendenza non è nuova nel mondo musulmano: è sempre stata presente, come abbiamo visto.
A tratti si attenua, per poi riapparire in un altro momento. Per parte mia, credo molto difficile che questa tendenza possa scomparire, perché è parte integrante della visione musulmana tradizionale. Non solo, è essenziale al progetto religioso stesso che Maometto ha elaborato tra il 622 e il 632. Si tratta di un’interpretazione autentica dell’islam, quale è stato concepito da Maometto durante gli ultimi dieci anni della sua vita. Questo progetto consiste nel concepire una religione inglobante, una religione che deve entrare nel più minuto particolare della vita individuale e associata. Questa visione è inserita profondamente nell’insegnamento tradizionale dell’islam. In certi periodi storici la si lascia un po’ da parte, ma finora ha teso sempre a risorgere.
In questa visione della società e dell’islam il ruolo del cristiano è forzatamente molto più limitato. In una simile società, egli si sente particolarmente a disagio, soffoca. Che cosa può, dunque, fare? Di fronte a ciò, i cristiani cercheranno di appoggiarsi ad altro. O si appoggiano all’Occidente, ed è l’utopia che hanno vissuto i cristiani del Libano (ma avevano veramente un’altra scelta?), oppure si appoggiano a una concezione laica della società ed è il caso del partito Ba’th, per esempio, pensato e creato dal cristiano Michel ‘Aflaq. Ma per quanto tempo resisterà? E avrebbe tenuto se non fosse stato sostenuto dai regimi «autoritari» di Siria e Iraq?
Non è un caso che la maggior parte dei partiti laici, o il partito comunista, sia stata fondata da cristiani: ma essi hanno avuto minore successo tra la massa musulmana. Per un certo tempo, il socialismo ha fatto sperare molti pensatori e politici liberali, musulmani o cristiani. Chiunque «pensava bene» aveva tendenze di sinistra. E poi, ironia della sorte, alcuni tra i più favorevoli all’opzione di sinistra tra questi intellettuali musulmani sono diventati più o meno islamizzanti, a partire dagli anni ottanta.

Conclusione: un progetto comune?

In prospettiva, sembra proprio che la sola via d’uscita sia quella di tentare di costruire un sistema arabo-musulmano sufficientemente liberale. È ciò che sperano molti musulmani. È ciò che spera la maggior parte dei cristiani. La storia ci dirà in quale misura non sia una nuova utopia.
Ma appoggiarsi all’Occidente non può che essere una soluzione effimera. Si tratta, forse, di trovare nel sistema musulmano autentico qualche pista, qualche elemento per fondare una visione pluralista di stato e società musulmani ove si tratti però di un pluralismo moderno e rinnovato basato sull’eguale stato di diritto di tutti i cittadini.
È la scommessa e la sfida che il mondo moderno lancia al mondo arabo. Penso che qui i cristiani abbiano un qualche contributo da dare, una lunga esperienza. È chiaro, tuttavia, che ciò non lo si può fare contro lo stato e neppure a fianco dello stato o dei musulmani. Non può che esser fatto insieme, con gli elementi più aperti del mondo musulmano. Credo che la vocazione sociopolitica e culturale del cristiano arabo in questo mondo musulmano sia di tale natura: proporre un progetto di società aperta sul mondo e sulla modernità, nel rispetto di ciò che vi è di più profondo nelle rispettive tradizioni religiose."

venerdì 3 febbraio 2017

Lettera dall'ospedale S Louis di Aleppo al gelo e assetata


E' vero che Aleppo è stata liberata da oltre un mese, e questo ci permette di vivere in pace e sicurezza. Si tratta però di una fragile pace, perché nella periferia di Aleppo i jihadisti sono sempre lì e pronti ad attaccare la città. Possiamo sentire di tanto in tanto colpi di cannone (hanno missili di 40 km di gittata).
In Aleppo città le difficoltà continuano, e continuano in modo drammatico: niente acqua da tre settimane, l'elettricità non parliamone, non la vediamo da mesi, olio combustibile e bombole di gas sono introvabili e quando li troviamo costano troppo, fa un freddo cane (-5 di notte), le persone non hanno nulla per riscaldarsi, ad alcuni fortunati le coperte sono distribuite da varie organizzazioni che fanno di tutto per migliorare questa situazione. Personalmente vi posso dire attraverso la testimonianza diretta del nostro personale di servizio, essi si riscaldano bruciando bottiglie di plastica, cartoni di farmaci che prendono con loro al momento di lasciare l'ospedale. Per questo abbiamo ammucchiato il cartone da dar loro e fornito coperte, per evitare che abbiano problemi respiratori soprattutto per i bambini a causa del fumo tossico della plastica. Bisogna dire poi che la maggior parte delle persone così come il nostro staff, sono sfollati e nelle abitazioni non vi sono più riscaldamento o installazione di gas...
Da 20 giorni è totale mancanza di acqua, una situazione ancora peggiore di quella vissuta negli anni scorsi quando i miliziani interrompevano la fornitura d'acqua dalla centrale di pompaggio di Suleiman Halabi a loro piacimento; adesso il problema è che il canale che riempie il fiume che attraversa Aleppo è stato totalmente tagliato da ISIS molto vicino al lago Assad e le cisterne non vengono più rifornite.
Che dire delle persone che vivono nelle tende? E' ben triste, perché prima della guerra c'erano sì dei poveri in Aleppo, ma non c'era la miseria, nessuno moriva di fame o di freddo. Questa guerra ingiusta ha distrutto un paese per niente .... La Siria non sarà più come prima, chi potrà ricostruirla, ricostruire anche l' Uomo ?
Noi cerchiamo di guarire lo spirito e le ferite che sanguinano ancora .... Il tempo le guarirà, ma le cicatrici rimangono, per ricordare tutte le sofferenze che hanno sperimentato.
Ma vi posso assicurare che le persone che incontriamo hanno grande fede, e la Speranza non è morta, perché vediamo intorno a noi che la vita sta tornando lentamente. In effetti, gli impiegati delle strade stanno cercando di riportare la città pulita, rimuovono i blocchi stradali, e le persone riparano i loro negozi come possono ... ESSI VOGLIONO VIVERE! E noi continuiamo a mettere tutte le nostre forze per incoraggiarli e andare avanti con fiducia!
I nostri giorni sono molto pieni, abbiamo un sacco di pazienti, e la mancanza di personale si sente tanto... ..

Con tutto il cuore vi abbraccio e vi chiedo di ricordarci nella preghiera,
 suor Arcangela, ospedale San Louis
Aleppo, 2 febbraio 2017

È possibile inviare aiuto per emergenza freddo attraverso il Progetto 'Riscaldiamo Aleppo':
http://www.aiulas.org/i-nostri-progetti/riscaldiamo-aleppo/

martedì 31 gennaio 2017

"Il popolo siriano vuole disperatamente la pace": di Tulsi Gabbard

Il modo migliore per aiutare il popolo siriano è quello di affrontare la causa principale della crisi che spinge le persone a scappare dal loro Paese, cioè la fine della guerra. Coloro che fuggono non vogliono perdere le loro radici, vivere in un campo profughi o spostarsi in un Paese lontano. Essi preferirebbero restare in casa propria, nel proprio Paese. Questo è il motivo per cui dobbiamo porre fine alla guerra, finalizzata a un cambio di regime, che ha causato enormi sofferenze e morti.’’

Non sono le parole di uno dei giornalisti indipendenti che da sei anni ribadiscono, fino allo scoramento, la necessità di porre fine alla guerra terrificante contro la Siria, denunciando le false ragioni con cui la coalizione a guida USA e i media mainstream asserviti la giustificano. Mi piace citare, fra tutti, la bravissima e profondamente umana Silvia Cattori, che si prodiga sin dall’inizio nella denuncia di questo conflitto con articoli di grande spessore, tra cui le significative interviste ad un testimone d’eccezione, il dottor Nabil Antaki di Aleppo.
Non è il grido di uno dei tanti milioni di cittadini siriani che questa guerra infame ha ferito, mutilato, lasciato senza affetti, amicizie, cure mediche, scuola o lavoro, privato di una casa o anche dell’amata terra natale ridotta in macerie.
Non è la dichiarazione di uno dei testimoni che, incessantemente, cercano di penetrare l’opaca cortina di indifferenza che avvolge la maggior parte del mondo, comprovando l’abominio della guerra.

Questa volta, a raccontare la barbarie del conflitto siriano, a denunciarne i responsabili e a inorridire per tanta efferatezza, è una cittadina statunitense di sicuro molto al corrente delle dinamiche della politica e dei conflitti mediorientali: Tulsi Gabbard, veterana della guerra contro l’Iraq e attuale membro del Congresso USA. Con coraggio ed onestà (valori sempre più rari in questi tempi confusi), andando contro i poteri guerrafondai e smentendo la narrazione ipocrita dei media corporativi, accusa il suo Paese, gli Stati Uniti, di finanziare e armare i gruppi terroristici di al-Qaeda e ISIS. 
    Maria Antonietta Carta 

 Il popolo siriano vuole disperatamente la pace 

24 gennaio 2017  Medium.com

Mentre Washington era pronta per l'inaugurazione del Presidente Donald Trump, io ho trascorso la scorsa settimana in Siria e Libano con una missione di inchiesta per vedere e ascoltare direttamente i Siriani. Le loro vite sono state divorate da una guerra terribile che ha ucciso centinaia di migliaia di persone e ne ha costretto milioni ad abbandonare la terra natale in cerca di pace. Ora è chiaro più che mai: questa guerra per un cambiamento di regime non serve agli interessi degli Stati Uniti e certamente non è nell'interesse del popolo siriano.

Abbiamo incontrato questi bambini in un rifugio ad Aleppo. Le loro famiglie erano scappate dalla parte orientale della città. L'unica cosa che essi vogliono, l'unica cosa che vogliono tutti coloro che ho incontrato, è la pace. Molti di questi bambini hanno conosciuto soltanto la guerra. Le loro famiglie non desiderano altro che tornare a casa e alla situazione in cui le cose erano prima della guerra iniziata per rovesciare il governo. Questo è tutto ciò che vogliono.

Ho viaggiato e visitato le città di Damasco e Aleppo, e ascoltato Siriani provenienti da diverse parti del Paese. Ho incontrato famiglie sfollate dalla parte orientale di Aleppo, da Raqqah, da Zabadani, in Latakia e alla periferia di Damasco. Ho incontrato i leader siriani di opposizione che hanno guidato le proteste nel 2011, vedove e figli di uomini che hanno combattuto o combattono per il governo e vedove di coloro che combattevano contro il governo.
Ho incontrato Il Presidente libanese neo-eletto Aoun e il Primo Ministro libanese Hariri, l'Ambasciatore americano in Libano Elizabeth Richard, il Presidente siriano Assad, il Gran Muftì Hassoun, l’Arcivescovo Denys Antoine Chahda della Chiesa siro-cattolica di Aleppo, musulmani e leader religiosi cristiani, operatori umanitari, accademici, studenti universitari, proprietari di piccole imprese, e altri ancora. Il loro messaggio al popolo americano è stato potente e omogeneo: ‘’Non vi è alcuna differenza tra i ribelli ‘moderati’ e al-Qaida (al-Nusra) o ISIS. Sono tutti uguali. Questa è una guerra tra terroristi sotto il comando di gruppi come ISIS e al-Qaida da una parte e il governo siriano dall’altra. Tutti gridano agli Stati Uniti e ad altri Paesi di smettere di sostenere coloro che stanno distruggendo la Siria e il suo popolo.’’ 
Ho sentito questo messaggio più e più volte da coloro che hanno sofferto e sono sopravvissuti ad orrori indicibili. Mi hanno chiesto di condividere le loro voci con il mondo: voci demoralizzate per non essere state ascoltate a causa delle falsità e delle relazioni di parte che accreditano una narrazione in supporto a questa guerra per un cambiamento di regime, a scapito delle vite dei Siriani. 
Ho sentito le testimonianze sulle proteste pacifiche del 2011 contro il governo, rapidamente scavalcate da gruppi jihadisti wahhabiti come al-Qaida (al-Nusra), finanziati e sostenuti da Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti e altri. Hanno utilizzato i manifestanti pacifici, hanno occupato le loro comunità, ucciso e torturato i Siriani che non volevano collaborare con loro nella lotta per rovesciare il governo.

Ho incontrato una ragazza musulmana di Zabadani, che nel 2012, appena quattordicenne, fu rapita, picchiata ripetutamente e violentata da "gruppi ribelli" arrabbiati perché suo padre, un pastore di pecore, non avrebbe dato loro il suo denaro. Dovette assistere con orrore all’uccisione del genitore. Uomini mascherati scaricarono contro di lui nel soggiorno di casa i proiettili delle loro armi. Ho incontrato un ragazzo che è stato rapito per strada mentre andava a comprare il pane per la sua famiglia. Fu torturato con un annegamento simulato e con la corrente elettrica, poi posto su una croce e frustato perché aveva rifiutato di aiutare i "ribelli" – Gli aveva detto che voleva solo andare a scuola. Questo è il modo in cui i "ribelli" trattano i Siriani che non collaborano o la cui religione non è per loro accettabile.

Anche gli oppositori politici al governo di Assad, hanno espresso con forza il rifiuto categorico della violenza per realizzare le riforme. Essi sostengono che, se i jihadisti wahabiti alimentati da governi stranieri fossero riusciti a rovesciare lo Stato siriano, si sarebbe distrutta la Siria, con la sua lunga tradizione di una società laica e pluralistica, dove gente di tutte le religioni ha vissuto pacificamente fianco a fianco. Questa opposizione politica continua a chiedere le riforme, ma è decisa a sostenere fermamente lo Stato nella realizzazione pacifica di una Siria più forte per tutti i Siriani fino a quando i governi stranieri sosterranno una guerra per il cambio di regime finanziando i gruppi terroristici jihadisti. 

In principio, non avevo alcuna intenzione di incontrare Assad, ma quando mi si è offerta l’occasione, ho sentito che era importante coglierla. Credo che dovremmo essere pronti a incontrarci con chiunque per porre fine a questa guerra che sta causando enormi sofferenze al popolo siriano. 
Ho incontrato queste donne incredibili di Barzi. Molte di loro hanno mariti o familiari che combattono o con al-Nusra / al-Qaida o con l'Esercito siriano. Quando arrivano a questo centro sociale, tutto ciò rimane indietro. Esse trascorrono il tempo con le nuove amiche, apprendono competenze diverse, a cucire o a fare progetti per il loro futuro. Prima di arrivare a questo centro riabilitativo erano estranee, ora sono "sorelle" che condividono risate e lacrime. 

Torno a Washington DC ancora più convinta che la nostra guerra illegale per rovesciare il governo siriano si debba concludere. Dall'Iraq alla Libia e ora in Siria, gli Stati Uniti hanno intrapreso guerre per il cambiamento di regime, ciascuna causa di sofferenze inimmaginabili, di devastanti perdite di vite umane e del rafforzamento di gruppi come al-Qaida e ISIS. 
Esorto il Congresso e la nuova Amministrazione a rispondere immediatamente alle suppliche del popolo siriano e ad appoggiare l’arresto dell’azione terroristica. Dobbiamo smettere di sostenere direttamente e indirettamente i terroristi - direttamente, fornendo armi, addestramento e supporto logistico a gruppi ribelli affiliati ad al-Qaida e ISIS; e indirettamente, attraverso l'Arabia Saudita, gli Stati del Golfo e la Turchia, che, a loro volta, sostengono questi gruppi terroristici. 
Dobbiamo porre fine alla nostra guerra per rovesciare il governo siriano e focalizzare la nostra attenzione sulla lotta per sconfiggere al-Qaida e ISIS. Gli Stati Uniti devono smettere di sostenere i terroristi che stanno distruggendo la Siria e il suo popolo. Gli Stati Uniti e gli altri Paesi smettano immediatamente di alimentare questa guerra. Dobbiamo permettere al popolo siriano di riprendersi da questa guerra terribile. 

Grazie, 
Tulsi   

   (Traduzione: Maria Antonietta Carta)

https://medium.com/@TulsiGabbard/the-syrian-people-desperately-want-peace-e308f1777a34#.9gueu0vbt

lunedì 30 gennaio 2017

Papa Francesco esorta alla memoria dei martiri e delle piccole Chiese perseguitate


Il Papa nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Cuore dell’omelia di Francesco: i martiri. 
“Oggi ce ne sono più dei primi secoli” , “i media non lo dicono” perché non fa notizia, nota il Papa che invita a fare memoria di quanti soffrono il martirio.




Noi non li dimentichiamo





Radio Vaticana, 30/01/17

Senza memoria non c’è speranza”. Lo ricorda Francesco nell’omelia che ruota attorno alla Lettera agli Ebrei nella quale si esorta a richiamare alla memoria tutta la storia del popolo del Signore. Proprio nel capitolo undicesimo, che la Liturgia propone in questi giorni, si parla della memoria. Prima di tutto una “memoria di docilità”, la memoria della docilità di tanta gente, a cominciare da Abramo che, obbediente, uscì dalla sua terra senza sapere dove andava. In particolare poi, nella Prima Lettura odierna tratta sempre dal capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei, si parla di altre due memorie. La memoria delle grandi gesta del Signore, compiute da Gedeone, Barac, Sansone, Davide , “tanta gente – dice il Papa – che ha fatto grandi gesta nella storia di Israele”.

Oggi ci sono più martiri che nei primi secoli: i media non lo dicono perché non fa notizia
E poi c’è un terzo gruppo di cui fare memoria, la “memoria dei martiri”: “quelli che hanno sofferto e dato la vita come Gesù”, che “furono lapidati, torturati", "uccisi di spada”. La Chiesa è infatti “questo popolo di Dio”, “peccatore ma docile”, “che fa grandi cose e anche dà testimonianza di Gesù Cristo fino al martirio”:

I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo! Questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione: noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo… Ma pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio!”.
Non posso dimenticare”, prosegue Francesco, “la testimonianza di quel sacerdote e quella suora nella cattedrale di Tirana: anni e anni di carcere, lavori forzati, umiliazioni”, per i quali non esistevano i diritti umani.

La più grande forza della Chiesa è nelle piccole Chiese perseguitate
Quindi il Papa ricorda che la più grande forza della Chiesa oggi è nelle “piccole Chiese” perseguitate:

E anche noi, è vero e giusto anche, siamo soddisfatti quando vediamo un atto ecclesiale grande, che ha avuto un gran successo, i cristiani che si manifestano… E questo è bello! Questa è forza? Sì, è forza. Ma la più grande forza della Chiesa oggi è nelle piccole Chiese, piccoline, con poca gente, perseguitati, con i loro vescovi in carcere. Questa è la nostra gloria oggi, questa è la nostra gloria e la nostra forza oggi”.

Il sangue dei martiri è seme di cristiani
“Una Chiesa senza martiri - oserei dire -  è una chiesa senza Gesù”, afferma in conclusione il Papa che invita dunque a pregare “per i nostri martiri che soffrono tanto”, “per quelle Chiese che non sono libere di esprimersi”: “loro sono la nostra speranza”. E il Papa ricorda che nei primi secoli della Chiesa un antico scrittore diceva: “Il sangue dei cristiani, il sangue dei martiri, è seme dei cristiani”.

Loro con il loro martirio, la loro testimonianza, con la loro sofferenza, anche dando la vita, offrendo la vita, seminano cristiani per il futuro e nelle altre Chiese. Offriamo questa Messa per i nostri martiri, per quelli che adesso soffrono, per le Chiese che soffrono, che non hanno libertà. E ringraziamo il Signore di essere presenti con la fortezza del Suo Spirito in questi fratelli e sorelle nostri che oggi danno testimonianza di Lui”.

http://it.radiovaticana.va/news/2017/01/30/papa_esorta_alla_memoria_dei_martiri_nella_messa_a_s_marta/1289119

Non fuori tema, interessante riflessione sul film "Silence" di Scorsese dal blog di Costanza Miriano :
https://costanzamiriano.com/2017/01/30/silence-il-veleno-dellapostasia-come-atto-damore/

martedì 24 gennaio 2017

Da Aleppo, lettera aperta di Pierre le Corf a Hollande (e a chiunque voglia conoscere la verità)


Incontrai per caso, credo attraverso il dottor Nabil Antaki, una delle sue prime storie raccolte ad Aleppo. Ne fui profondamente colpita e la tradussi.  Pierre le Corf vide la mia traduzione, mi ringraziò, chiese la mia ‘’amicizia’’, i suoi racconti cominciarono ad arrivarmi direttamente ed io continuai a tradurli, sempre più convinta che questo giovane Francese sarebbe diventato un inestimabile testimone della tragedia di Aleppo.

I Siriani sono accoglienti, straordinariamente ospitali e disponibili con l’ospite a prescindere, ma raccontare è un’altra cosa. Una specie di cerimonia che richiede tempo, rispetto e pazienza. Devono capire che sei disposto a partecipare, a rivivere insieme a loro la rievocazione e a credergli.  Ho fatto per tanti anni la ‘’raccogli storie’’ in Siria (di tutt’altro genere: mi sono occupata a lungo della sua narrativa orale) e ho capito subito che Pierre aveva l’attitudine giusta per conquistare la fiducia e il rispetto indispensabili perché i suoi interlocutori gli affidassero le loro esperienze.

 Ultimamente la stampa mainstream ha cominciato a occuparsi spesso di Pierre. Ho letto un volgare articolo denigratorio nei suoi confronti e un suo articolo di risposta. Deve essergli costato molte ore di fatica e di tensione per aver dovuto ribattere ad un mucchio di sciocchezze e cattiverie.
  Voglio dirgli che non ha bisogno di ribattere a questi pamphlet. La sua risposta devono essere altre storie. Tante storie. Tutte quelle che riesce a raccogliere. Sono così veritiere, autentiche, efficaci! Quelli che lo attaccano hanno capito dove sta la sua forza e cercano di distrarlo.
  Bravo Pierre. Continua a far sentire la voce e le storie dei Siriani vittime di questa sporca guerra. Grazie.
           Maria Antonietta Carta   
                                                                                       
Da Aleppo, lettera aperta a François Hollande, Presidente della Repubblica Francese e, per conoscenza, ai candidati alla Presidenza della Repubblica.  

Signor Presidente,  
 sto mettendo in discussione i valori con cui sono cresciuto: i valori di un Paese che amo, il mio Paese, la Francia.
   Mi rivolgo a Lei come cittadino francese arrivato senza preconcetti in territorio siriano e vissuto in Aleppo ovest per quasi un anno, prima della riunificazione di questa città; operando come soccorritore umanitario politicamente neutrale. L'esercizio è difficile, sia perché essendo l’unico Francese residente sono nel mirino per la mia testimonianza contro corrente, sia per la difficoltà nel testimoniare le atrocità vissute insieme alla popolazione locale.
Sono infatti testimone di un massacro e di una situazione umanitaria catastrofica di cui il mio Paese è attore e sponsor, in quanto sostiene il terrorismo. Dedico, quindi, questo messaggio a Lei, Signor Presidente, e a chiunque possa considerare una priorità i provvedimenti in favore della pace e della popolazione civile.  
Come tutti gli abitanti di questa città, ho dovuto affrontare ogni giorno la morte e, per la missione che mi sono dato, ho visitato le famiglie che abitavano vicino a coloro che sono descritti come "oppositori" sin dall'inizio del conflitto. Personalmente, ho visto solo bandiere nere su tutta la linea del fronte, come dimostrano le fotografie: segno identificativo di gruppi contro cui noi in Francia combattiamo da molti anni.

  Oggi, la popolazione è unita non per combattere il governo, ma per combattere i gruppi terroristici, a prescindere dagli appellativi che gli si attribuiscono nel tentativo di fare apparire  "moderate" le loro azioni e la loro logica. Questi gruppi armati che si chiamano Al-Jaysh al-Hurr (Esercito libero siriano o ESL), Jabhat al-Nusra (detto anche Fatah al-Sham, un ramo di Al Qaeda) Jayish al-Islam, Harakat al-Nour Din al-Zenki, Brigata del sultano Mourad, etc. Certo, che esiste un'opposizione anti-governativa, come per qualsiasi governo, un'opposizione più o meno pacifica, che è in realtà una minoranza. Dall'inizio e fino ad oggi, quasi tutte le forze che continuano a bombardare Aleppo, sono formate da combattenti di gruppi armati pronti a tutto.  


  Uso il termine "terrorista" perché ad Aleppo non ci sono ribelli, o almeno non esiste alcun fondamento per considerarli tali, e si gioca irresponsabilmente con le parole continuando a definire ‘’ ribelli moderati’’ in Siria quelli che in Francia sono inseriti nelle lista delle organizzazioni terroristiche. Di comune accordo con il governo, i combattenti sono stati evacuati con le armi personali nella regione di Idleb, quasi interamente occupata da diversi gruppi armati e dalle loro famiglie. Purtroppo, molti sono tornati in prossimità di Aleppo ed hanno ripreso i bombardamenti di civili e gli attacchi suicidi, qui come ovunque in Siria.
Tutto ciò che affermo sono in grado di documentarlo. Lavoro ogni giorno da mesi, guerra permettendo, per raccogliere testimonianze filmate e scritte di civili, indipendentemente dalla confessione religiosa e dall’opinione politica e in assenza di personale militare o governativo. Testimonianze che pubblico e trasmetto puntualmente ad una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sugli attacchi e i crimini della "opposizione", cercando di mettere questa Commissione in contatto con i testimoni.

   L’attenzione dell’opinione pubblica è stata focalizzata sui bombardamenti di una piccola area con forte concentrazione jihadista, dove ‘’ogni giorno a morire erano civili’’, senza mai specificare che la maggior parte dei civili residenti nella parte orientale di Aleppo era in realtà prigioniera dei gruppi armati che ne impedivano l’allontanamento. È stato attraversando i recenti corridoi umanitari allestiti dai Russi e dai Siriani (fatti conoscere uno o due giorni prima, precisando gli orari di apertura, attraverso l’invio di messaggi telefonici sulle reti siriane MTN / SYRIATEL a tutti i possessori di telefoni mobili,  compreso il mio) che numerosi civili sono stati uccisi mentre tentavano di sfuggire ai gruppi armati che glielo impedivano. Per fortuna, molte migliaia di persone sono riuscite a fuggire al di fuori di tali corridoi, talvolta attraversando zone minate.
    Soltanto pochissimi media informavano che questi civili erano scudi umani, come poi confermato da testimoni. Spesso preferivano descriverli come intrappolati nel fuoco incrociato di una battaglia tra i combattenti rivoluzionari e il governo.  
   Mentre il governo difendeva il suo popolo da terroristi per lo più mercenari stranieri entrati in Siria e armati fino ai denti, fanatici per cui la vita umana ha ben poca importanza, che occuparono le periferie e il centro città bombardando quotidianamente la popolazione di Aleppo ovest e attribuendosi il diritto di assassinare per un sì o per un no i civili di Aleppo est.  
     I gruppi armati presenti sul terreno non hanno mai dato prove della loro «pretesa moderazione» verso la popolazione.  Ho potuto constatare direttamente che essi disponevano di armi e munizioni provenienti da diversi Paesi. Molte munizioni erano francesi, americane, inglesi, saudite etc. Armi impiegate quotidianamente contro la popolazione civile dell’est e dell’ovest sia da gruppi terroristici riconosciuti sia da gruppi schierati sotto la bandiera del cosiddetto Esercito Siriano Libero, in maggioranza costituito da jihadisti che i Francesi cercavano di far passare per combattenti della libertà.
    Sparavano verso ovest dalle zone più densamente popolate dell’est e talvolta dagli ospedali, per limitare gli spari di risposta. Naturalmente, avvenivano combattimenti tra l’Esercito siriano lealista ed i jihadisti. I miei testimoni sono civili dell’est sopravvissuti a questi combattimenti e di cui mi occupo come altre organizzazioni internazionali presenti qui in Aleppo-est. Centoventimila persone prese tra gli scontri (tra cui quindici-ventimila combattenti) corrispondenti anche in gran parte a numerose famiglie che si erano rifiutate di abbandonare le loro case per timore di una occupazione o del saccheggio.  In Siria ci sono pochi affittuari. Ci vuole tempo per diventare proprietario di una casa, ma è un fatto culturale: la casa è il simbolo della famiglia. Il punto essenziale è che abbiamo occultato una realtà: quella di un milione e trecentomila Siriani di ogni confessione abitanti di Aleppo-ovest che cercavano, malgrado la morte onnipresente, di far funzionare le istituzioni e di mandare i figli a scuola o all’Università, Noi li abbiamo cancellati per uno scopo politico, dato che vivevano nella zona controllata dal governo siriano, ma in questo modo abbiamo occultato dieci volte la popolazione di Aleppo-est e, in entrambi i casi, l’abbiamo fatto in nome di una minoranza che rappresenta solo se stessa.
  
 Siamo stati continuamente vittime di attacchi. Tiri di cecchini e attacchi di mortai, proiettili esplosivi, granate, bombole di gas e caldaie ad acqua montate su razzi etc. Non ne siamo stati risparmiati neppure per un giorno. Hanno continuato a cadere incessantemente su strade, edifici residenziali, ospedali, scuole. E neppure un giorno è trascorso senza l’uccisione e il ferimento grave di decine di civili inermi da trasportare in ospedali sovraffollati a causa degli attacchi incessanti, nonostante l’assenza dell’esercito all’interno della città, a parte qualche checkpoint. Esercito e miliziani proteggevano esclusivamente la linea del fronte. Ogni giorno, adulti, bambini, famiglie intere sono stati stritolati da ogni sorta di proiettili.  Mi sto esprimendo come un Siriano, perché anch’io ho vissuto come loro quotidianamente dentro questa guerra.  Sono fortunato ad essere ancora in vita, visto che in Aleppo, come nei veri e propri campi di battaglia, i razzi non prevenivano. Come soccorritore, ho cercato di salvare vite, ma non sempre ci sono riuscito. Persone con braccia, gambe, e altre parti dei corpi lacerate, disintegrate, bruciate. … Non riesco più a trovare le parole giuste per descrivere ciò che la popolazione ha vissuto qui. È stato molto duro da condividere. Ho visto troppa gente morire, e ci si chiedeva semplicemente ogni giorno se avremmo potuto sopravvivere.

    Ho costantemente incontrato profughi interni, e le loro testimonianze sono inoppugnabili. In Aleppo-est, le leggi della Chari ‘a erano applicate da sommari «tribunali islamici» costituiti da combattenti e da sheikh che si arrogavano il diritto, attraverso decreti religiosi ad hoc (fatwa), di imprigionare, torturare, sposare bambini e uccidere a volontà. Dopo la liberazione di Aleppo-est, si è scoperto che i jihadisti disponevano anche di enormi riserve di cibo.

  Ho visto cumuli di pacchi umanitari sufficienti per un anno di assedio, mentre le famiglie testimoniano sull’impossibilità di accedervi e sulla inedia sofferta a causa dell’assedio dell’esercito, ma soprattutto per il monopolio dei prezzi esosi imposti dai gruppi armati, anche cinquanta volte un costo normale. Mentre chi accettava di combattere con loro beneficiava di un trattamento speciale. Alcuni loro simpatizzanti rimasti nella zona est mi hanno raccontato recentemente: «Non amiamo questo governo, ma se qualcuno critica i combattenti dell’ASL o di altri gruppi, lo uccidono. Dov’è dunque la libertà?».
    Infrastrutture, ospedali, scuole erano in parte utilizzati da questi gruppi come quartier generale, prigioni e depositi di armi. Ho potuto constatare che in una di queste scuole si fabbricavano armi chimiche con prodotti importati da diversi Paesi e, durante gli ultimi mesi, dopo gli scontri più duri ho assistito all’arrivo di persone con la pelle completamente bruciata dal cloro. Ad est, si curavano negli ospedali i combattenti ed i loro familiari o coloro che potevano pagare.  Anche in questo caso, dopo la liberazione di Aleppo, ho potuto verificare personalmente sulle tonnellate di medicinali e sui due ospedali funzionanti nonostante i danneggiamenti alle facciate e ad altre parti: gli stessi ospedali che erano stati dichiarati più volte ‘interamente distrutti’.
   I «Caschi bianchi», che il governo francese, con altri governi, ha finanziato e che sono stati ricevuti all’Eliseo, fanno in gran parte i soccorritori di giorno e i terroristi la notte o viceversa. Essi hanno giurato fedeltà a Jabhat al-Nusra (Al-Qaïda), come provano i documenti ritrovati dopo il loro allontanamento e le testimonianze degli abitanti.
   La maggioranza dei loro gruppi prestavano soccorso prima ai combattenti, poi, eventualmente, ai civili e, poiché ogni gruppo aveva un cameraman, aiutavano i civili soltanto a telecamere accese. Molti civili mi hanno detto che sono stati in tanti a restare sotto le macerie mentre i Caschi Bianchi rifiutavano di andare a soccorrerli. Altri mi hanno assicurato che sceneggiavano attacchi di falsi bombardamenti con feriti finti e finti interventi. Il nostro governo finanzia anche associazioni quali «Syria Charity», portante la bandiera a tre stelle e inizialmente detta «lega per una Siria libera», appellativo che figura ancora nei resoconti. Una associazione che offre aiuto umanitario, ma ha oltrepassato la linea rossa partecipando ad una vera e propria guerra di opinione per giustificare il rovesciamento del governo, nascondendo la realtà sul terreno, la loro vicinanza ai gruppi armati (ed anche la loro presenza, accuratamente cancellata da tutti i video) e offrendo un aiuto medico costante alle forze jihadiste.  

  Numerose associazioni e organizzazioni umanitarie francesi ed internazionali in zone controllate dai « ribelli » hanno causato più danni che benefici, strumentalizzando la sofferenza delle popolazioni, manipolando l’opinione pubblica nel nome di una causa e di donazioni dirette ed  hanno preso in ostaggio la popolazione civile, permettendo che questa guerra proseguisse, « legittimandola » in maniera disonesta, consentendo il protrarsi dei combattimenti e alla morte di divenire una ineluttabilità quotidiana.  
  D’altronde, abbiamo anche esposto all’Eliseo per qualche ora la bandiera a tre stelle, il tempo necessario per ricevere con tutti gli onori il (falso) sindaco di Aleppo, mai eletto dal popolo siriano, che non è di Aleppo ma è stato scelto dai leaders di gruppi jihadisti, da alcuni sostenitori e da stranieri. In Siria, questa bandiera non rappresenta la libertà. È un simbolo di morte quotidiana perché lo si associa ormai all’ ESL: un accozzaglia di gruppi jihadisti vicini ad Al-Qaïda, che proclamano la democrazia soltanto nei media e che noi sosteniamo. Non possiamo assolutamente confondere il movimento di base del 2011 con coloro che se ne sono serviti, qui ed ovunque nel mondo, per promuovere questa guerra.

   Si, molti sono morti. Nessuna guerra è giusta. Non nego né difendo la violenza estrema dei bombardamenti su Aleppo-est per permettere la sua liberazione non la caduta.  É un dato di fatto.
    Un altro dato di fatto è che, a parte alcuni bambini feriti, bombe o grida, abbiamo cancellato la presenza dei civili, la vita. Li abbiamo privati della voce permettendo che l’opinione pubblica si facesse un’idea del contesto seguendo le proprie emozioni in base ad una narrazione rappresentata incessantemente in modo catastrofico con l’utilizzo reiterato e strumentale dell’infanzia. Come mettere in dubbio ciò che accade qui, nonostante le prove e gli argomenti proposti, se vi rappresentano l’immagine di una Siria completamente messa a ferro e fuoco unilateralmente dal suo stesso governo? Che tutto quel che accade qui e che non corrisponde a quella immagine è propaganda mendace? Che la priorità era imporre delle «no-fly zone», grazie al cielo mai arrivate, che avrebbero radicalizzato il conflitto, aumentato il numero dei morti e consentito ai terroristi di prendere Aleppo e non di liberarla dalla guerra e dalla morte.  La maggior parte delle persone che sono fuggite dalla zona est, dove hanno conosciuto l’inferno, hanno vissuto il loro arrivo qui come una liberazione e non come una deportazione. Ora molti sono tornati nei loro quartieri.  Nessuno ha sottolineato che quasi l’85% dei civili si sono rifugiati liberamente ad ovest, nella zona governativa, mentre bus a noleggio conducevano a Idleb combattenti e volontari civili.
    La «legittimità» accordata dai media ai jihadisti ed alla loro causa e i sostegni esterni hanno permesso avanzate decisive intorno alla città, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro abitazioni. Ricordo che durante intere settimane dormivamo con gli abiti indosso, le borse pronte accanto al letto. I combattimenti erano tanto vicini che talvolta i proiettili attraversavano le strade. E più si avvicinavano più forte li sentivo urlare «Allah Akbar» prima e dopo il lancio di ogni colpo di mortaio sulla città.

  Quali che siano i Paesi in cui sono stati utilizzati, i video creati da jihadisti e loro sostenitori, talvolta  completamente falsi, sono stati diffusi dai nostri media nelle ore di maggior ascolto, strumentalizzando la morte e la sofferenza di chi viveva in mezzo ai combattimenti, ma anche l’amore e la compassione di chi guardava quelle immagini. Come i terroristi, anche noi abbiamo venduto così tanta paura che nessuno ha potuto rendersi conto di come i contenuti di quei video fossero stati realizzati per uno scopo ben preciso, senza mai dare voce a civili interessati che non fossero combattenti o loro fiancheggiatori. Preciso che i civili potevano difficilmente offrirsi del pane, figuriamoci una telecamera e soprattutto una rete internet 3G!  
   Non avendo combattenti per distruggere il governo, abbiamo integrato la nostra incidenza sul conflitto utilizzando le emozioni per influenzare l’opinione pubblica e ottenere il suo tacito consenso.
    Nella zona ovest, documentare in tempo reale la situazione non è mai stata una reazione istintiva per nessuno. Troppo pericoloso. Inoltre, le informazioni non uscivano dalla Siria.  Fare un «libro Facebook» o pubblicare un reportage con i luoghi degli attacchi gli permetteva di precisare, correggere il tiro e mirare alle aree densamente popolate. In un discorso duplice e sul loro canale televisivo, qui in Siria, la «Free Syrian Army ***», da una parte dicevano di liberare la popolazione e dall’altra presentavano questi attacchi come castigo per noi «infedeli abitanti nel lato di Bashar Al Assad». Questa emittente televisiva è accessibile a tutti in Siria.  Alla liberazione, i reportages dei Russi e le testimonianze dei Siriani sotto l’occupazione dei gruppi armati sono stati immediatamente qualificati come propaganda, per screditare tutto ciò che sarebbe potuto emergere dalla Siria, dai suoi abitanti o da chi si trovava sul terreno.

 L’anno scorso è stato quello della disinformazione.
   Una lotta per la «libertà» del popolo siriano. Utilizziamo questa parola che ingloba tutto senza mai averla argomentata o giustificata. Quale libertà? Quale popolo siriano? Distruggere il governo, soffocare il Paese sotto le sanzioni per ottenere cosa? Il nostro savoir-faire democratico? I Francesi hanno forse chiesto quale sarebbe stato il programma del «dopo»? No! Libertà e basta. Facile. I programmi politici e sociali di questi gruppi terroristici sono in contrasto con la libertà, la democrazia, i nostri valori o quelli della maggior parte dei Paesi del mondo. È in nome dei nostri interessi e non in nome della libertà che strumentalizziamo questi gruppi che invocano la creazione di uno Stato-islamico in Siria. Non chiedete dunque che cosa pensano di offrire al popolo siriano. Chiedetevi piuttosto di cosa vogliono privarlo e cosa vogliono imporgli. Tutti i civili che ho incontrato nella vita quotidiana rifiutano di immaginare anche per un solo istante questa opzione e chi l’ha vissuta cerca di dimenticarla.

  Noi, Signor Presidente, come tanti altri Paesi, abbiamo una gravissima responsabilità in questa guerra che si è cercato di portare a termine rovesciando il governo siriano a qualunque costo, naturalmente. In questi ultimi anni, a fianco di numerosi Paesi abbiamo partecipato alla distruzione della Siria, un Paese in gran parte francofono e che ama la Francia. Per quanto il suo governo sia imperfetto e quali che siano i suoi errori, e i nostri nel corso del tempo, noi sosteniamo attualmente l’instaurazione di una vera dittatura in un Paese dove esiste una vera opposizione, mentre i gruppi armati sono spinti soltanto dal settarismo, dalla frustrazione, dal rancore e dall’odio. Servirci di questi gruppi per realizzare obiettivi geopolitici o economici non ha niente di democratico, serve solo a sacrificare i Siriani. Ho attraversato il Paese ed ho potuto constatare che, malgrado certe critiche e qualunque cosa se ne dica, la stragrande maggioranza dei Siriani sostiene onestamente e sinceramente il proprio governo e colui che essi chiamano il loro presidente e non dittatore, Bashar Al-Assad.

  Per me, questo messaggio è un dovere. Sono un operatore umanitario ed ho creato la mia associazione senza fini politici o confessionali e autogestita. Vivo in zona di guerra, ne pago il prezzo e assumo i rischi necessari per aiutare con i miei mezzi modesti i civili. Raccontare quel che accade realmente mi attira gli attacchi dei media mainstream e dei loro sostenitori, che cercano di farmi tacere anche fino a indicarmi come bersaglio. Rischio ancora di più assumendomi la responsabilità di scrivere questa lettera per denunciare una situazione osservata quotidianamente e con sempre maggiori approfondimenti. Non sono spinto da alcun interesse personale né ho niente da guadagnare. Rischio da molti mesi per combattere il terrorismo trasmettendo la verità, ciò che affrontano i Siriani, le loro testimonianze, denunciando gruppi terroristici e la manipolazione mediatica che strappano tutti i giorni alla gente la vita.

  Chiediamo al popolo siriano cosa desidera per il proprio Paese invece di parlare in suo nome, di rubargli la voce, la libertà, il presente e il futuro. Spetta al popolo siriano decidere il proprio futuro e non a noi di arrogarcene il diritto come abbiamo fatto finora con la nostra ingerenza illegittima, che si è tradotta in una forma di dittatura peggiore. Che la democrazia inizi da noi stessi. A prescindere dalla nostra responsabilità nei confronti dei Siria, sarebbe quindi tempo di consultare il popolo francese sulla sua volontà di essere coinvolto in questo conflitto, considerato il pericolo che esso rappresenta per la nostra sicurezza presente e futura.
   Io chiedo alla mia Francia, Paese che amo e in cui sono cresciuto, di cessare nel frattempo la condanna di una popolazione e cessare di incoraggiare gruppi terroristici che già colpiscono le nostre famiglie, i nostri figli e le nostre popolazioni, quali che siano gli interessi economici o geopolitici in campo. Non possiamo prendere le parti né sostenere gruppi armati che fanno una rivoluzione per riportarci all’età delle tenebre.  

  Signor Presidente,  faccio appello a Lei e scongiuro la Francia, per i valori con cui sono cresciuto e che mi spingono a perseverare nella mia azione quotidiana qui, di levare le sanzioni contro la Siria. Esse penalizzano soprattutto la popolazione non il governo, di trovare soluzioni diplomatiche alternative a questa guerra in favore della pace, sia per il popolo siriano sia per il popolo francese che rischia di subire le ripercussioni per il nostro impegno a favore di gruppi che seminano il terrore e le cui ambizioni sono chiaramente internazionali. 
   Augurando molto coraggio a Lei, Signor Presidente, ed a colui che Le succederà, colgo l’occasione per porgerLe i miei più distinti saluti.

Pierre le Corf,
Immigrato ad Aleppo, Siria / lecorfpierre@gmail.com
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Traduzione Maria Antonietta Carta